
Venezia è tanto compiuta che è impossibile per lei adattarsi.
Me ne sono accorto passeggiando vicino a piazza San Marco in una giornata primaverile, quando sono stato colto da una visione crepuscolare: il profilo, stagliato contro il cielo, della biblioteca marciana, visto dal ponte della Paglia.
Quelle statue poste ad ornare e chiudere il contorno superiore dell’edificio, gloriosamente incorniciate da un cielo tiepolesco, guardavano verso il basso, ferme e salde, verso il flusso delle “comparse” che, alla fine, siamo tutti noi. Si ergevano come custodi ultimi e monumentali di una visione antica.
Uno spettacolo di cui non mi sono sentito degno: non bastava essere un mero spettatore. Per fruire di questo incanto sarebbe stato necessario essere parte integrante del tessuto di senso di questa città, cosa in cui non mi sono riconosciuto.
E poi ho pensato alle chiese, alle scuole grandi, ai capitelli delle colonne di palazzo ducale. La cura minuziosa per ogni dettaglio che non saprei dedicare nemmeno all’interno del mio spazio domestico. Nemmeno a me stesso.
Un repertorio di storie a me mute. Una commovente testimonianza di civiltà, valori e fedi. Di attaccamento viscerale.
E davanti a questa meravigliosa visione un dilemma fugace come lo sfumare del giorno trovava spazio nel retro del mio sguardo: farmi bastare lo spettacolo o dedicarmi ad un insensato sforzo? Porgere lo sguardo un’altra volta e ritrarlo o tentare – invano – di possedere con la mente tutte le immagini, le figure e i significati che hanno composto una città che ora posso solo intravedere in un suo sfavillio?
Si perché costruirei mai io dei grattacieli con un coro di statue in cima? No, non ne troverei il senso. Ma che senso sappiamo trovare invece? Qual è la nostra versione della vera vita?
Venezia è questa roba qui. Una città in realtà perduta, delle statue che ci ricordano quanto eravamo vivi. Il “fine” per noi che viviamo una vita fatta di tappe vocate all’utilità.
Per Venezia non vi sarebbe nulla di proficuo nell’adattarsi alla nostra logica.
Venezia è tanto compiuta, che siamo noi a dover cambiare.


