Hell, 1953

Hell, 1953

Dimensioni

250 x 150 cm

Anno

2025-2026

Materiale

Vetro di Murano, foglia d'oro 24 K. su pannello in metallo corten

Tecnica

Graffito

Prezzo

Su richiesta

Autore

Riccardo Toso Borella

oppure

Breve descrizione

Dante, vieni me appresso: chi son quell’ombre
che’l vorticar bieco io veggo
in orrida pugna l’un l’altro menar?

Ed elli a me rispose:
“Ei furon del Sacro Roman Imper il Duce,
delle Steppe levanti il Tiranno.

Ciò che’n Polonia desian che si compose
il tradir del Barbarossa infin dischiuse.

Bada ben a quei che’n altro tempo a lor miranno
che delli Inferi le porte non vollero mai richiuse.

Riccardo Toso Borella, Poesia per Hell, 1953, Settembre 2026

Descrizione

Prendendo spunto dalle caratteristiche finestre veneziane, Riccardo Toso Borella propone una veduta infernale ispirata al celebre Dante e Virgilio all’Inferno di William-Adolphe Bouguereau.

Da sempre affascinato dalla tensione anatomica e dal movimento dei corpi nella pittura di Bouguereau, l’artista individua nella loro torsione una suggestione inattesa: il moto dei corpi sembra evocare la forma della svastica nazista. Questa coincidenza visiva si unisce alla domanda: che cosa avrebbe visto Dante se fosse disceso all’Inferno nel secolo scorso? I due volti dei dannati di Bouguereau vengono così sostituiti da quelli di Adolf Hitler e Iosif Stalin.

Per cogliere la portata della Commedia dantesca, infatti, non basta riconoscerne la straordinaria forza poetica: occorre ricordare e lasciarsi ispirare anche dal coraggio con cui Dante esercitò la propria licenza poetica collocando nei regni ultraterreni, e pertanto giudicando per la vita condotta, imperatori, papi, avversari politici e uomini del proprio tempo. Una libertà artistica e intellettuale che ebbe conseguenze concrete sulla sua stessa vita e che rimane, ancora oggi, una lezione, non facile, per l’artista e per l’individuo.

La firma dell’artista non si offre immediatamente allo sguardo. Sullo sfondo compare invece autoritratto, perfettamente calato nella drammaticità della visione. È qui che l’opera sposta il proprio interrogativo dal passato, e dall’altro, al presente e all’introspettività: possiamo osservare l’Inferno altrui sentendoci estranei ad esso, ma la presenza dell’autore ci costringe a domandarci: che ne è di noi? Che ne è degli invisibili che non vergano le pagine della storia coi propri nomi? Se esiste una responsabilità per le azioni di chi esercita il potere, quale è quella di chi lo ha sostenuto, assecondato o tollerato? Quale la sorte ultraterrena di chi, ignavo, non si è opposto?

Sebbene rappresenti una dimensione infernale, la scena appartiene a uno spazio altro, sottratto al tempo dei vivi. L’oro assume così una funzione trascendente, richiamando il valore simbolico che gli è proprio nella tradizione delle icone, ma trasportandolo in un contesto radicalmente opposto.

Integra di senso quest’opera una poesia composta dall’artista nel Settembre 2026 che viene presentata di seguito. L’artista si immagina come pellegrino nell’Inferno sotto la guida di Dante che gli descrive la scena che si dipana nell’opera.

“Dante, vieni me appresso: chi son quell’ombre
che’l vorticar bieco io veggo
in orrida pugna l’un l’altro menar?

Ed elli a me rispose:
“Ei furon del Sacro Roman Imper il Duce,
delle Steppe levanti il Tiranno.

Ciò che’n Polonia desian che si compose
il tradir del Barbarossa infin dischiuse.

Bada ben a quei che’n altro tempo a lor miranno
che delli Inferi le porte non vollero mai richiuse.”

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